Italia

L’Italia nel pallone…

Sono passati 4 anni, ma sembra che il tempo si sia fermato. Infatti, per la seconda volta consecutiva ce ne torniamo a casa dopo un mondiale deludente e al di sotto delle aspettative. È vero, non eravamo di certo la favorita, ma quantomeno ci si aspettava il passaggio del primo turno, dopo l’ottimo esordio con l’Inghilterra a Manaus.

Ma a questa squadra è mancato qualcosa, lo si è capito alla fine della sconfitta con l’Uruguay, dopo le sconvolgenti e permettetemi di dire, non appropriate dichiarazioni di Buffon, che subito ha puntato il dito contro i giovani e, soprattutto, anche senza menzionarlo, contro Mario Balotelli. Già quel “Supermario” che è stato poco super e tanto Mario e che non è riuscito a far esplodere il suo potenziale in un mondiale che poteva finalmente consacrarlo.

Ma è veramente solo colpa sua? Resto dell’idea che sia troppo facile per tutti, anche se è cosa tipica per noi italiani, trovare un colpevole, un capro espiatorio per un fallimento così grande. Ritengo che Balotelli ha fatto ben poco, ma come tutti. Non può un capitano, un giocatore del calibro di Gigi fare questi discorsi. Da lui non me lo sarei mai aspettato. Ok i giovani e Balotelli sono stati ben al di sotto delle aspettative, ma i cosiddetti senatori cosa hanno fatto? A me pare che siano tutti sulla stessa barca ed è cosa poco professionale e irrispettosa puntare il dito verso un solo giocatore.

Questo, però, ha dimostrato che forse a questi giocatori mancava il senso di gruppo, di essere una squadra unita, valore fondamentale in uno sport come il calcio. Buffon, forse, dimentica che lui e gli altri senatori sono quelli che ci hanno fatto fare una simile figuraccia in Sudafrica nel 2010. E a quel mondiale Balotelli non era presente. Ma se l’Italia è uscita così presto un motivo esiste di sicuro e non è certo solo attribuibile ad un arbitraggio che ha lasciato poco a desiderare. L’Italia del calcio di oggi è simile alla nostra nazione Italia dove tutti parlano e parlano, ma dove qualcosa di concreto non viene fatto. Volti del passato che danno la colpa alle nuove generazioni, dimenticando, però, i problemi che loro hanno lasciato e che ora sono da risolvere, perché non si possono accantonare come più volte è stato fatto.

Non è un problema del calcio. Non è questo sport da rifondare o da ricostruire. È un’intera mentalità fatta di valori che noi italiani non abbiamo il vero problema. Non siamo in grado di costruire, di dare un futuro a quanto di bello e potenzialmente prezioso abbiamo. Nel calcio non valorizziamo i nostri giovani, che vi assicuro sono tanti, ma preferiamo affermati 30enni per lo più stranieri, perché a noi interessa vincere. E vincere subito. Questo è il punto. La cultura sportiva è ben altro. Ai giovani dei vari settori giovanili non si
deve insegnare a vincere. Si deve insegnare il sacrificio, il duro lavoro, a cadere a terra e trovare la forza per rialzarsi. Sempre. E per arrivare ad un obiettivo. Non si diventa campioni da vincitori, campioni lo si è quando, dopo una pesante sconfitta, dopo un fallimento, si trova la forza di rialzarsi e ripartire. Questi sono i campioni!

Per vincere, quindi, e per rimanere all’apice abbiamo bisogno di progettualità e occorre tempo, tanto tempo. Ma per raccogliere bene bisogna prima seminare e rimboccarsi le maniche lavorando sodo e duramente. Lodevole il comportamento del nostro c.t. Cesare Prandelli, un Signore dello sport, che si è assunto le proprie responsabilità (forse molti politici dovrebbero imparare da lui) e si è dimesso. Lui che, comunque, ha dato tanto e ha voluto credere in un progetto, che forse ha fallito, ma che comunque ha portato avanti fino alla fine, senza dimenticare che grazie al suo progetto abbiamo ottenuto un ottimo secondo posto agli Europei
del 2012 e un terzo posto all’ultima Confederation Cup.

Quando si perde e lo si fa così malamente è normale che scoppino mille processi. È colpa di Prandelli, è colpa di Balotelli, dell’arbitro, del campo e del caldo brasiliano. Possiamo dire tutto ciò che vogliamo, ma a mio parere è mancato un gruppo, un riconoscersi sotto un’unica bandiera, quel sano e buono patriottismo che dovrebbe essere nel cuore di ogni italiano e che andrebbe sventolato sempre e in ogni campo, soprattutto quando viene violata la nostra dignità. L’Italia del calcio è stata solamente la fotocopia dell’Italia nazione:
confusi e restii al cambiamento, ma che per ragioni anche di sopravvivenza è e sarà essenziale.

Abbiamo bisogno di nuovi volti capaci di prendere la mano di questo meraviglioso Paese per accompagnarlo dove ci spetta. Siamo un popolo forte e ci siamo saputi rialzare più volte nel corso degli anni. Possiamo farcela anche stavolta. Rimbocchiamoci le mani e riprendiamoci il nostro Paese, riprendiamoci la nostra Italia e diamo un futuro a noi italiani. Da oggi essere italiani può valere di più.

Giuseppe Prencipe

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